Quando le Unified Communications diventano strumento per la compliance


Per assicurarsi la conformità agli standard PCI o al GDPR è necessario tutelare i dati sin dalla prima condivisione delle informazioni tra cliente e azienda: spesso già nei call center.

Oggi come mai prima si tributa massima attenzione alla salvaguardia dei dati sensibili. Il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati (GDPR) è solo l’ultimo di un lungo elenco di oneri a carico delle aziende, spesso già alle prese con l’adempimento agli standard per la protezione dei dati e la sicurezza delle transazioni effettuate con carte bancarie (PCI). Alle organizzazioni è richiesto un aumento del livello di sicurezza sulla base di strategie per la protezione dei dati imperniate sulle modalità di archiviazione e tutela delle informazoni trattate da una data organizzazione. Ma a partire da dove? Nel caso di aziende dotate di call center o centri di contatto cui vengono comunicati i dati della carta di credito o informazioni personali sensibili da parte dei clienti, con quali strumenti le aziende proteggono i clienti e se stesse?

Nick Galea, CEO 3CX

Conoscere i rischi

Già in occasione di questo primo contatto i dati sono esposti a numerosi rischi, accidentali come intenzionali. Per errore o disinformazione, l’operatore di un call center potrebbe per esempio registrare più dettagli sulle modalità di pagamento selezionate dal cliente di quanto autorizzato dagli standard PCI o archiviare tali dati su supporti poco sicuri. Analogamente, il GDPR impone specifiche limitazioni in merito a quando e come le organizzazioni possono archiviare dati, per quanto tempo e in che modo li tutelano. Inoltre, le imprese devono essere pronte a condividere i dati con i clienti o con altre aziende, qualora il cliente ne faccia richiesta. Una richiesta che spesso giungerà in primis al call center.

I rischi non si limitano a fattori interni all’organizzazione. Aggressori esterni potrebbero vedere il call center come l’anello più debole nella sicurezza di un’organizzazione: la necessità di rendere accessibili i dati a operatori e clienti e l’incidenza dell’errore umano si trasformano facilmente in una violazione delle informazioni riservate. Alla luce di sanzioni legate all’adempienza agli standard PCI che aumentano esponenzialmente a dipendenza dalla somma dei dati messi a rischio e del tempo necessario per identificare e correggere eventuali problemi e a fronte delle sanzioni previste dal GDPR, che possono ammontare a diversi milioni di euro in base al fatturato aziendale, le sole conseguenze finanziarie dell’inadempienza possono essere catastrofiche. Se poi vi aggiungiamo i potenziali danni reputazionali è chiaro che le organizzazioni devono garantire la massima tutela dei dati dei clienti a partire dall’avamposto più esterno del proprio perimetro.

Assumere il controllo

Le imprese possono fare molto per proteggere i loro clienti e se stesse attraverso un uso corretto dell’infrastruttura per le telecomunicazioni. Ogni call center è sicuramente dotato di linee guida e protocolli che gli operatori sono tenuti a seguire per assicurare che i dati siano protetti. Adottando le Unified Communications l’azienda si assicura la vigilanza su ogni canale di comunicazione con il centro di contatto, dalla messaggistica istantanea, alle chiamate, fino ai moduli utilizzati dai dipendenti per l’inserimento dati, riducendo notevolemente il rischio di errore o eventuali tentativi fraudolenti di alterare il processo di registrazione delle informazioni.

Una soluzione per le Comunicazioni Unificate (UC) ben progettata non è solo in grado di registrare tutte le comunicazioni, quindi di dimostrare la non colpevolezza degli operatori in caso di necessità o di identificare rapidamente una qualsivoglia attività dolosa. Le UC possono anche garantire che le informazioni sensibili, come i dettagli della carta di credito, siano archiviate al posto giusto, nel formato corretto, riducendo il rischio che gli impiegati dispongano di troppe informazioni. Allo stesso modo, è possibile limitare le comunicazioni tra clienti e operatori o tra gli stessi dipendenti a specifici canali e determinati orari – riducendo nuovamente il rischio di un’eccessiva condivisione dei dati.

Limitare le vulnerabilità

Utilizzare le UC per ridurre l’incidenza di errori cagionati dall’uomo contribuisce ad arginare una singola vulnerabilità, ma le organizzazioni devono proteggersi anche contro attacchi esterni. Il primo più probabile obiettivo di qualsiasi attacco al call center saranno gli operatori stessi: se dovessero comunicare informazioni sensibili poiché raggirati, sarà piu difficile individuare l’attacco. In primo acchito parrebbe quindi che i dipendenti siano il solo punto debole e che il mero monitoraggio delle comunicazioni non sia tutela sufficiente in situazioni simili, ma non è così. A fronte della dismissione delle linee telefoniche tradizionali in favore di linee telefoniche basate su IP (SIP trunking), garantirsi accesso alla rete aziendale tramite l’infrastruttura per la telefonia via Internet è un obiettivo particolarmente allettante per i cybercriminali. Anche qualora un attacco andato a buon fine non infici la riservatezza dei dati dei clienti, esso può avere altre implicazioni, ad esempio l’attaccante potrebbe prendere possesso dei telefoni IP per avvalersene tramite reti robocall.

Le organizzazioni dovrebbero informarsi sul livello di sicurezza garantito dal fornitore della linea IP (SIP trunk), e quindi decidere se è il caso di adottare ulteriori misure di protezione: il gestore della linea ha adottato sistemi in grado di riconoscere, individuare e respingere quanto meno gli attacchi noti?

E’ fuor di dubbio che il controllo sia un elemento essenziale nella tutela contro gli attacchi esterni. Ma se i dispositivi utilizzati dagli operatori sono autorizzati a svolgere esclusivamente determinate mansioni e possono comunicare solo a senso unico, il rischio che se ne abusi per carpire dati è potenzialmente ridotto. Ci sono ovviamente anche strumenti tecnici per proteggere la connessione, implementati in soluzioni UC di nuova generazione, che spaziano dalla cifratura dei dati e delle comunicazioni al monitoraggio di ogni comportamento sospetto indice di minaccia.

Conformità alle normative- imposizione o opportunità?

Per quanto oneroso, un corretto approccio agli adempimenti normativi favorisce lo sviluppo delle pratiche migliori a tutela dei consumatori e clienti, oltre a consentire alle aziende di lavorare meglio grazie all’adozione di tecnologie allo stato dell’arte. A fronte degli standard PCI, del GDPR e dei regolamenti sulla protezione della privacy a venire, le imprese che impostano la gestione dei propri rapporti con la clientela su strategie di controllo e tutela dei canali di comunicazione impiegati tramite Unified Communications avranno un vantaggio competitivo.

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Può essere che gli hacker vadano in ferie a luglio?


Dopo aver rilevato forti ondate di cybercriminalità a giugno abbiamo riscontrato una certa quiete fino alla fine di luglio – forse gli hacker vanno in ferie a luglio? Con lo strumento Breach Fighter, il team di Security Intelligence di Stormshield rileva e analizza i malware esaminando milioni di spam e attacchi mirati. Dagli stabilimenti balneari al ritorno di Locky – da un tipo di onda all’altra.

In vacanza a luglio e rientro in agosto?

Breach Fighter è uno strumento integrato in centinaia di migliaia di firewall di Stormshield Network Security distribuiti in tutto il mondo allo scopo di raccogliere quanti più campioni o modelli di attacco possibili. Utilizzando questo strumento, il team di Security Intelligence di Stormshield è riuscito a identificare una concreta variazione nel volume di attacchi cybernetici. Dopo i picchi verificatisi quasi quotidianamente nel mese di giugno, i volumi sono diminuiti drasticamente nel corso di luglio, con una modesta ripresa negli ultimi giorni del mese.

 

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Non foss’altro che per il curioso periodo di calma, questa considerevole diminuzione di attacchi potrebbe suggerire che gli hacker e i loro committenti vadano in vacanza. Forse hanno dovuto scegliere tra investire fondi nelle vacanze o in nuovi attacchi malware? E hanno ripreso le proprie attività tra la fine di luglio e l’inizio di agosto per l’irrefrenabile desiderio di scoprire se e quando tra Daenerys e Jon Snow in Game of Thrones sboccerà qualcosa di più che una semplice amicizia? Oppure non volevano perdere l’occasione di influenzare gli acquisti del FC Barcelona dopo la partenza di Neymar? Fortunatamente anche attività apparentemente aride come l’analisi acribica delle minacce danno adito a ipotesi che strappano un sorriso.

Stormshield Security intelligence: prevenzione e reazione

La squadra di Security Intelligence di Stormshield ha due missioni principali: studiare e capire le minacce al fine di migliorare i prodotti Stormshield da un lato e di fornire il proprio contributo alla cybersecurity condividendo le proprie analisi e collaborando strettamente con organizzazioni professionali (CERT, istituti di ricerca, specialisti della sicurezza e altri).

Una chiara identificazione delle minacce è infatti il primo passo per affrontarle in maniera risolutiva. Come azienda votata all’innovazione, Stormshield valuta modi per combattere le minacce in modo proattivo, attraverso prodotti come Stormshield Endpoint Security, la cui capacità di bloccare minacce day zero sul nascere, senza richiedere alcun aggiornamento, è il carattere distintivo di una soluzione frutto del lavoro incessante del team di Security Intelligence.

Tramite Breach Fighter, integrato nei firewall perimetrali di Stormshield, i clienti Stormshield caricano su una sand-box nel cloud un gran numero di file da suddividere tra applicazioni legittime (goodware) e fraudolente (malware). Questo sistema di intelligence contro le minacce si avvale di strumenti proprietari, tra cui un honeypot (dati che fungono da “esca” per eventuali attacchi), un laboratorio d’analisi del malware, un linguaggio di classificazione personalizzato e algoritmi di apprendimento automatico.

Insieme a informazioni provenienti da fonti esterne, i prodotti Stormshield producono enormi quantità di informazioni e file, costantemente eviscerati dal team di Security Intelligence con l’obiettivo di disporre di un bacino di dati quanto più ampio possibile e di assicurare il miglior tasso di identificazione dei malware sul mercato.

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G DATA mette a nudo ZeuS Panda


Gli analisti G DATA hanno curiosato nella struttura di questo ospite fisso tra i trojan che mirano al mondo bancario. Ora disponibile l’analisi completa di un malware particolarmente articolato.

Bochum – Il banking trojan ZeuS e la sua variante chiamata “Panda” hanno rappresentato negli ultimi sei anni un esempio di malware “prezzemolino” nell’universo delle minacce ai sistemi bancari. L’analisi G DATA rivela un trojan assolutamente fuori dal comune.

Come sapere se i sistemi sono infetti

Partiamo con una cattiva notizia: una volta che una macchina non protetta è stata infettata, è quasi impossibile rilevare la presenza di ZeuS Panda guardando solo i contenuti sullo schermo. Quanto visualizzato sullo schermo è infatti frutto di una intelligente manipolazione che presenta all’utente un perfetto clone di un particolare sito bancario o di sito per i pagamenti online. Gli utenti vengono indotti ad eseguire una donazione a un ente caritatevole o ingannati con richieste di restituzione di un pagamento ricevuto erroneamente, altri aggressori addirittura alzano la posta adducendo indagini sul riciclaggio di denaro condotte dalla “polizia finanziaria tedesca” (non esiste una simile istituzione in Germania, almeno non sotto questo nome). Oltre ad appropriarsi dei dati immessi sul sito web e modificare ciò che l’utente può vedere, ZeuS Panda manipola anche alcune impostazioni di sicurezza e allarmi all’interno del browser, che altrimenti potrebbero rivelarne la presenza.

Ed ora la buona notizia: esistono tecnologie in grado di rilevare un’infezione anche in assenza di una firma per questo malware, come ad esempio G DATA BankGuard.

Perchè Panda è speciale

Sono numerosissime le applicazioni dannose che cercano di eludere la rilevazione e di precludere l’analisi. ZeuS Panda è dotato di meccanismi articolati per evitare che venga analizzato: ad esempio controlla se sono presenti indicatori tipici di macchine virtuali – tra cui VMWare, OpenBox, Wine o qualsiasi tipologia di ambiente HyperV. Molti analisti testano campioni di malware in ambienti virtuali, il malware tenta quindi di compromettere l’analisi. Inoltre, Panda verifica la presenza di molti strumenti utilizzati dagli analisti tra cui ProcMon, Regshot, Sandboxie, Wireshark, IDA e il debugger SoftICE. Se viene rilevata la presenza di uno di questi programmi, il malware non viene eseguito. Altre applicazioni malevole utilizzano controlli davvero superficiali per verificare la presenza di VMWare e OpenBox, funzioni spesso copiate e incollate da codice di terzi. Nel caso di Panda, non solo la verifica è approfondita ma sono stati utilizzati diversi “packer” per creare il file dannoso, cosa che obbliga gli analisti a spacchettizzare il file manualmente. Insomma i creatori di ZeuS Panda hanno creato un malware che dà parecchio filo da torcere agli analisti.

Online circolano anche altri tipi di malware che utilizzano tecniche simili, ma in molti casi l’implementazione è scadente o il trojan stesso contiene errori, limitandone l’efficacia. Tra i numerosi esempi figurano anche casi in cui, dopo aver condotto le attività di deoffuscamento del codice, è risultato che l’URL che doveva essere contattato dal malware conteneva un errore di battitura, azzoppando l’intero costrutto.

Non è questo il caso di ZeuS Panda il cui compito è di continuare a raccogliere dati fino a quando non gli viene ordinato il contrario. Anche qualora il server di comando e controllo di riferimento sia tolto dalla rete, il malware continua ad accumulare i dati sul sistema fino a quando non può scaricarli su un altro server.

Un “coltellino svizzero” fabbricato nell’Europa orientale

Ciò che differenzia Panda in termini di meccanismi di evasione e qualità della produzione, è la sua versatilità. Sebbene ZeuS Panda sia innanzitutto un Trojan bancario, è anche in grado di rubare altri tipi di dati da un sistema, inclusi i contenuti degli appunti (ossia quello che viene copiato in un file per incollarlo altrove  – le applicazioni che gestiscono le password utilizzano spesso la clipboard per trasferire le credenziali dal gestore delle password ad un’altra applicazione o sito web) e eventuali screenshot. Inoltre può implementare una backdoor completa sul sistema infetto tramite VNC. Una situazione equiparabile all’avere qualcuno che siede alle nostre spalle e ci spia quotidianamente 24 ore su 24.

Quale funzione di ZeuS Panda è effettivamente attiva sul sistema dipende dalla configurazione del malware stesso, che si aggiorna automaticamente a intervalli regolari. L’applicazione può quindi trasformarsi da trojan bancario a spyware e controllo remoto di un PC in pochi minuti, a discrezione esclusiva dell’aggressore.

In merito all’origine di ZeuS Panda le indicazioni sono molto chiare: il malware non si attiva se rileva che il sistema aggredito si trova in Russia, Ucraina, Bielorussia o Kazakistan.

Analisi dettagliata

Il rapporto contenente l’analisi tecnica dettagliata di ZeuS Panda è scaricabile dal sito G DATA Advanced Analytics ed è integrato in due articoli postati dal team sul sito (Parte 1 e Parte 2 ).

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Petya redivivo – di nuovo


Di Petya G DATA ha già parlato nel 2016. Il ransomware si ripresenta occasionalmente con nuove vesti, l’ultima volta come “GoldenEye”. Questa nuova ondata di infezioni presenta una sola differenza: è la prima volta che Petya sfrutta un exploit proveniente dall’arsenale di un’agenzia di intelligence, portato tristemente alla ribalta con WannaCry.

Bochum – Secondo le ultime notizie diffuse dalle regioni inizialmente interessate dall’attacco e dai media, l’ondata di infezioni con il ransomware di Petya ha colpito numerosissime organizzazioni governative e private in Europa come negli Stati Uniti, tra cui una grande compagnia petrolifera, costretta – secondo indiscrezioni – a passare ai server di backup per garantire la continuità della produzione, aziende per la fornitura di energia elettrica, società di logistica e l’aeroporto di Kiev, chiuso nel tardo pomeriggio di ieri per le conseguenze dell’infezione, oltre a sistemi di pagamento elettronico in uso presso supermercati.

Nel frattempo, primi pagamenti del riscatto richiesto sono già stati versati su quello che – al momento – risulta essere l’unico portafoglio bitcoin per il quale si riconosca una relazione diretta con l’attuale campagna. G DATA sconsiglia fortemente di pagare qualsiasi riscatto! Non necessariamente il pagamento assicura che si possa di nuovo disporre dei file cifrati.  Tra l’altro, una volta scoperto che cybercriminali si stavano avvalendo di una casella di posta elettronica Posteo per lanciare l’attacco su larga scala, il provider tedesco ha bloccato l’accesso alla casella e ha informato l’Ufficio Federale per la Sicurezza Informatica. I cybercriminali non hanno più accesso alle mail ivi inviate.

Dettagli tecnici

Dalle analisi condotte dai G DATA Security Lab e da risultanze condivise dalla community infosec, l’origine dell’ondata di infezioni è stata individuata nella compromissione di un meccanismo di aggiornamento di un software ampiamente utilizzato per la contabilità. Le prime vittime sono state infettate proprio tramite l’aggiornamento di tale software. Pur avvalendosi di Eternalblue per infettare la rete locale, a differenza di  Wannacry il “nuovo” Petya non si propaga tramite Internet. Cerca invece accesso alle credenziali di amministratore per poter inserire i propri file in cartelle $admin condivise in rete. Anche la cifratura mostra tratti familiari: il ransomware verifica se ha modo di accedere ai privilegi di amministratore per sovrascrivere alcune aree del disco rigido. Qualora l’esito sia positivo, viene forzato il reboot di una macchina infetta dopo aver subito un crash. Al contrario di quanto presentato da alcuni rapporti comparsi su piattaforme di social media, in questo ransomware non è presente alcun “killswitch”.

All’attuale stato delle cose, la componente che dà luogo alla diffusione dell’ultima variante di Petya pare funzionare meglio di WannaCry su Windows XP. Oltre a ciò, la versione corrente cancella il registro degli eventi di Windows durante il processo di infezione.

Il ransomware prende di mira file con le seguenti estensioni:

.3ds .7z .accdb.  ai. asp .aspx .avhd .back .bak .c .cfg .conf .cpp .cs .ctl .dbf .disk

.djvu .doc .docx .dwg .eml .fdb .gz .h .hdd .kdbx .mail .mdb .msg .nrg .ora .ost .ova .ovf .pdf .php .pmf .ppt

.pptx .pst .pvi .py .pyc .rar .rtf .sln .sql .tar .vbox .vbs .vcb .vdi .vfd .vmc .vmdk .vmsd .vmx .vsdx .vsv .work .xls.

xlsx .xvd .zip

Un’infinità di nomi per il Petya redivivo

G DATA ha riscontrato una generalizzata confusione nell’assegnare un nome all’attuale variante del ransomware “Petya”. La base di codice è indubbiamente quella di Petya / Misha / GoldenEye, per questo motivo inizialmente intendevamo procedere usando il nome “Petya”. Altri lo hanno chiamato NotPetya, EternalPetya, PetyaBlue, Petna, PetyaWrap, Petrwrap, SortaPetya, Nyetya, Expetr e altri. Pur avendo deciso di fare riferimento a questa particolare nuova variante con il nome Petna, la denominazione con cui il ransomware è identificato resta invariata.

Clienti G DATA protetti

La variante corrente è rilevata da tutte le soluzioni G DATA come Win32.Trojan-Ransom.Petya.V e Trojan.Ransom.GoldenEye.B. Altri moduli proattivi quali l’ExploitProtection e la protezione comportamentale AntiRansomware offrono un ulteriore livello di protezione.

Countromisure e mitigazione

Ci sono diverse misure efficaci per prevenire infezioni o quanto meno mitigare i rischi:

  • Installare l’ultimo aggiornamento di Windows se possibile. Questo aggiornamento (disponibile dal mese di marzo – come già indicato nel caso di WannaCry) chiude le falle di cui si avvale l’exploit Eternalblue.
  • Per prevenire infezioni attraverso l’interfaccia di gestione di Windows (WMI), gli amministratori di sistema dovrebbero prendere alcune precauzioni, come raccomandato da Microsoft
  • L’esecuzione di un codice da remoto attraveso PSExec o WMI richiede privilegi di amministratore: si sconsiglia di garantire tali privilegi ai normali utenti.
  • Se si nota un’infezione prima che appaia la richiesta di riscatto, spegnere immediatamente il sistema. Non riavviare la macchina in nessun caso – c’è la possibilità che non tutto sia stato cifrato prima dello spegnimento forzato.

Di nuovo: raccomandiamo di non effettuare alcun pagamento di riscatto, soprattutto visto che il provider ha chiuso la casella di posta elettronica dei criminali.

Per ulteriori dettagli tecnici e aggiornamenti consultare il blog G DATA al link https://www.gdatasoftware.com/blog/2017/06/29840-petya-is-back-again

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Stormshield aderisce al Dropbox Partner Network


Stormshield, la soluzione di crittografia ottimizzata per cloud, ha annunciato oggi di aver aderito al Dropbox Partner Network, attraverso cui gli utenti beneficiano di soluzioni tecnologiche selezionate e collaudate. Grazie alle numerose e importanti integrazioni di sicurezza, Dropbox Partner Network assicura maggiore visibilità, interoperabilità e controllo sulle modalità di accesso e condivisione delle informazioni aziendali.

Parigi – La società europea di sicurezza IT Stormshield ha annunciato l’integrazione con Dropbox conseguente alla propria adesione al Dropbox Partner Network, un programma che riunisce partner e servizi selezionati che supportano i clienti Dropbox Business consentendo loro di sfruttare al meglio il proprio spazio di archiviazione su cloud e semplificare la collaborazione tra team. Con Dropbox Business, gli utenti possono condividere file e collaborare ovunque, in qualsiasi momento, avvalendosi di centinaia di soluzioni esistenti fornite da terze parti, come appunto Stormshield per la cifratura dei dati condivisi.

Stormshield Data Security

Grazie alle funzionalità di crittografia a prova di neofita che caratterizzano la soluzione Stormshield, gli oltre 200.000 clienti Dropbox Business traggono ora vantaggio dal connubio tra una delle migliori piattaforme per la collaborazione e una soluzione per la protezione dei dati affidabile che agevola la trasformazione digitale.

Inoltre, i clienti che si avvalgono Stormshield possono utilizzare le chiavi di crittografia per accedere e decriptare i propri file su Dropbox, indipendentemente dal dispositivo utilizzato. Separare lo spazio di archiviazione fisica dei dati e l’accesso crittografato ai file consentirà alle aziende di adottare più rapidamente i servizi cloud proteggendo e gestendo al meglio l’accesso ai dati aziendali.

Pierre Calais, CEO, Stormshield

“Siamo lieti di annunciare che Stormshield è entrato a far parte del Dropbox Partner Network. Ciò permetterà ai clienti in tutto il mondo di trarre vantaggio dalla tecnologia Dropbox Business e dalla sicurezza dei dati firmata Stormshield”, dichiara Pierre Calais, CEO di Stormshield.

“La missione di Dropbox è semplificare la collaborazione tra i team. Siamo entusiasti di avere Stormshield nel Dropbox Partner Network e di integrare le loro soluzioni di cifratura e protezione dati affidabile in Dropbox Business” commenta Billy Blau, Head of Technology Partnerships di Dropbox.

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G DATA Generation 2017: zero chance per i malware che estorcono denaro


Le nuove suite dello specialista della sicurezza per i consumatori integrano un modulo anti-ransomware e fino a 5 GB di spazio di archiviazione nel cloud su server tedeschi.

Gli esperti di sicurezza G DATA non vedono alcun rallentamento nella proliferazione di malware che estorcono denaro. Se il 2016 è stato l’anno dei ransomware, molto probabilmente lo sarà anche il 2017: l’uso di trojan che lanciano processi di crittazione dei sistemi e/o dei file come CryptoLocker, Locky, Petya e simili per poi richiedere un riscatto è diventato un vero e proprio modello di business particolarmente redditizio per i criminali informatici. Secondo gli inquirenti sono milioni gli utenti colpiti su scala globale. Con il nuovo modulo anti-ransomware G DATA pone freno a questo tipo di trojan rilevando l’attuazione di processi di cifratura in tempo reale senza l’impiego di signature. Con la “Generation 2017” G DATA è andata oltre la mera prevenzione e tutela offrendo insieme alle sue soluzioni premium fino a 5GB di spazio di archiviazione su server cloud localizzati in Germania affinchè gli utenti possano effettuare backup automatici dei propri dati personali. G DATA Antivirus 2017, Internet Security 2017 e Total Security 2017 saranno disponibili in Italia a partire dal primo aprile 2017.

Protezione proattiva contro I malware che estorcono denaro

Con la tecnologia G DATA Anti-Ransomware, il produttore tedesco ha sviluppato un metodo completamente nuovo per difendere efficacemente i computer contro i trojan che estorcono denaro. Grazie alla rilevazione proattiva, anche i malware non noti che cifrano i dati vengono individuati immediatamente e arginati in base al rispettivo comportamento. Il modulo è integrato in tutte le soluzioni per consumatori della generazione 2017.

Aggiornamento gratuito per i clienti G DATA

I clienti G DATA che dispongono di una licenza valida potranno fruire delle suite di sicurezza 2017 gratuitamente tramite l’aggiornamento della suite di cui dispongono o scaricare la nuova versione della soluzione di sicurezza in uso dal sito G DATA.

G DATA Security Generation 2017: Le funzionalità chiave

  • NUOVO: Tecnologia G DATA Anti-Ransomware per proteggersi contro trojan che estorcono denaro e cybercriminali
  • NUOVO: il Password Manager (presente in G DATA Total Security) genera e gestisce le credenziali di accesso a qualunque servizio in modo sicuro grazie alla cifratura AES a 256-bit
  • Ultima release della tecnologia G DATA CloseGap per un perfetto rilevamento antivirus
  • Protezione antiphishing tramite monitoraggio della posta elettronica
  • Tecnologia BankGuard per proteggere le transazioni bancarie o lo shopping online
  • Firewall intelligente per bloccare eventuali attacchi da parte di hacker (G DATA Internet Security e G DATA Total Security)
  • Filtro antispam contro mail pubblicitarie indesiderate (G DATA Internet Security and G DATA Total Security)
  • Protezione anti exploit per mitigare le vulnerabilità delle applicazioni
  • Scansione automatica di chiavette USB e di dischi esterni
  • Controllo parentale sulla navigazione per un uso del PC adeguato all’età dell’internauta (G DATA Internet Security e G DATA Total Security)
  • Blocco di dispositivi non autorizzati tramite controllo degli accessi (G DATA Total Security)
  • Monitor comportamentale per la rilevazione di minacce day-zero
  • Protezione delle attività su Facebook
  • Aggiornamento delle signature su base oraria per ridurre al minimo le possibilità di infezione da nuove minacce
  • Assistenza tecnica 24/7 per domande o per la risoluzione di eventuali problemi

Requisiti di sistema

PC con Windows 10/8.x/7 e almeno 2 GB RAM (32 e 64 bit)

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