Crypt888: chi dorme non piglia “iscritti”


Utilizzare un ransomware per aumentare il numero di iscritti al proprio canale Youtube è una novità. Peccato che il ransomware stesso sia un capolavoro di pigrizia.

Bochum (Germania) – L’obiettivo della maggior parte dei ransomware attualmente in circolazione è di fare molti soldi in poco tempo. Una recente analisi dei ricercatori G DATA mette in luce un altro potenziale motivo per la distribuzione di ransomware.

Esaminando i ransomware più datati ci si rende immediatamente conto dell’enorme investimento in sviluppo e controllo qualità confluitovi. Spesso estremamente elaborati, questi campioni di malware rendono deliberatamente difficile la vita di un analista, che viene condotto su false piste o da un punto morto all’altro.

Nel caso di Crypt888 invece non si può nemmeno parlare di un ransomware nel senso classico del termine, dato che non richiede alcun riscatto per decriptare i dati.

Cercasi iscritti, disperatamente

Non solo i profili di rilievo su YouTube cercano di accrescere in modo continuativo il numero di iscritti al proprio canale. Ma utilizzare un ransomware per raggiungere questo obiettivo è un’idea davvero fuori dal comune.

Qualcuno si è avvalso del network di scripting AutoIT per creare un ransomware che sembrerebbe avere questo obiettivo. Apparentemente, in caso di infezione all’utente si intima di iscriversi ad un determinato canale YouTube. È addirittura necessario inviare uno screenshot via mail a conferma dell’avvenuta iscrizione.

Semplicemente pessimo

Quando il ransomware istruisce le proprie vittime in merito alla metodologia di pagamento, le informazioni sono sempre formulate in maniera estremamente chiara e facilmente comprensibile, ciò non avviene con Crypt888. Innanzi tutto, l’avviso di infezione da ransomware con le istruzioni per il “pagamento” viene impostato come immagine sfondo del computer della vittima, ma risulta pressoché illeggibile in quanto non centrato sullo schermo. Solo aprendo il file impostato dal ransomware come sfondo si è in grado di leggere il messaggio per poi riscontrare che le informazioni non sono affatto comprensibili. Peraltro, in questa fase il ransomware controlla il traffico generato su chrome.exe, firefox.exe, iexplore.exe, opera.exe, tor.exe o skype.exe per evitare che la vittima utilizzi i mezzi di comunicazione più popolari per cercare aiuto online, l’unica cosa che si può fare è ricercare esclusivamente i termini utilizzati nel messaggio, per capirne di più. I risultati della ricerca portano l’utente sul canale di YouTube a cui l’utente deve abbonarsi.

Anche la cifratura dei file risulta quasi arraffazzonata e decisamente scadente. Il ransomware crea un elenco di tutti i file presenti sul desktop, li codifica utilizzando la chiave “888” e aggiunge il prefisso “Lock” al nome originale del file. Per decriptare i file basta ripercorrere al contrario i passaggi sopra riportati con uno strumento di decriptazione. Limitiamoci a dire che i ransomware di successo funzionano diversamente…

Secondo il nostro analista, lo sviluppatore in questione non avrà impiegato più di un paio d’ore per assemblare il suo ransomware. È possibile che in futuro vengano sviluppate delle varianti migliori di Crypt888, ma non c’è da preoccuparsi. Finchè decriptare i file sarà così semplice, questo ransomware “acchiappa iscritti” non sarà mai veramente efficace.

Ulteriori informazioni

Qualora si volesse approfondire l’argomento, l’intera analisi condotta dagli analisti G DATA è reperibile al link: https://file.gdatasoftware.com/web/en/documents/whitepaper/G_DATA_Analysis_Crypt888.pdf

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Lavorare da casa e cyber sicurezza: un connubio burrascoso


Sempre più numerose le aziende che anche in Italia adottano lo smart working, favorite dalla presenza di normative specifiche. Pratica popolare tra gli impiegati, specie in settori di mercato in cui la dinamicità del personale e quindi la mobilità delle risorse umane è la chiave del successo delle organizzazioni, lo smart working rappresenta però un rischio in termini di protezione dei dati. Le società che desiderano avvalersene dovrebbero prendere alcune precauzioni per evitare spiacevoli sorprese.

Stando a recenti stime dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano tra il 2013 e il 2017 i lavoratori che in Italia possono svolgere le proprie mansioni anche dal di fuori delle mura aziendali a intervalli più o meno regolari sono cresciuti di circa il 60%, complice il fatto che nel bel Paese lo Smart Working o Lavoro Agile è chiaramente disciplinato dalla Legge n.81 del 22/05/17, il cui varo ha favorito un ulteriore incremento degli “smart worker” a 350.000 unità, ossia l’8% della forza lavoro italiana, un risultato importante, sebbene ancora lontano dalla media europea, dove circa il 30% dei dipendenti si avvale dello smart working per più di un giorno alla settimana.

Lavoro a distanza: pratica popolare non scevra da rischi IT

L’86% degli impiegati intervistati da Symantec UK per un recente studio ha dichiarato di utilizzare il proprio computer personale per scopi lavorativi, di questi il 42% ha dichiarato di non aggiornare regolarmente i sistemi e le applicazioni, al contrario del 70% dei tedeschi. Se lo smart working dovesse prendere piede come ci si aspetta, il suo sviluppo potrebbe diventare il nuovo incubo per i manager IT.

Tre i rischi principali che le aziende devono essere pronte ad affrontare:

  • Gli impiegati potrebbero non essere in grado di accedere alle informazioni necessarie per lavorare
  • Contaminazione della rete aziendale tramite una falla di sicurezza del computer dell’impiegato (o vice versa)
  • Furto o perdita di dati.

Sensibilizzare gli impiegati sui rischi informatici dello smart working

Per prevenire incidenti è indispensabile sensibilizzare gli utenti sulle problematiche di sicurezza IT connesse al lavoro a distanza. Coloro che lavorano al di fuori della sede aziendale dovrebbero ricevere regolarmente promemoria relativi alle buone pratiche da implementare: aggiornamenti regolari dell’antivirus, separazione tra le email personali e quelle aziendali, l’uso di periferiche esterne (chiavette USB, dischi rigidi ecc) dovrebbe essere limitato al trasferimento di dati da un computer all’altro e similari.

“Aumentare la consapevolezza degli utenti è essenziale ma non è sufficiente” avverte Jocelyn Krystlik, Manager Data Security Business Unit di Stormshield. “Semplicemente non è realistico oggigiorno far accollare agli utenti oneri eccessivi. Le imprese non possono affidarsi esclusivamente a questo tipo di misure preventive per tutelare la propria sicurezza”.

Soluzioni di protezione basate su sistemi di identificazione e tecnologia cloud

Le imprese non possono esimersi dall’implementare misure pratiche e soluzioni tecniche al fine di limitare i crescenti rischi IT derivanti dal lavoro a distanza.

  1. Determinare il profilo dei lavoratori a distanza. Per le organizzazioni è essenziale pianificare in anticipo e stabilire un profilo per ogni tipologia di addetto, basandosi sul rispettivo ruolo e sulle informazioni sensibili a cui l’impiegato deve poter accedere, che si trovi in azienda o fuori sede. I meccanismi di sicurezza non possono essere identici per i lavoratori a tempo pieno, per quelli part-time o per coloro che lavorano unicamente nel weekend.
  2. Autenticazione dell’accesso remoto. Uno dei principali strumenti per prevenire che la rete aziendale venga hackerata è l’impiego di un sistema che identifichi il lavoratore momento del log-in (tramite ID, password, codice d’accesso singolo ecc.) e ne limiti l’accesso alle sole risorse autorizzate tramite policy.
  3. Separazione e protezione dei sistemi operativi. Oltre al tradizionale software antivirus, uno dei metodi più semplici per prevenire una contaminazione incrociata tra il computer dell’impiegato e la rete aziendale è di minimizzare i diritti di amministrazione dell’addetto sulla macchina. Ciò significa dotare i lavoratori di un PC utilizzato strettamente a fini aziendali e aggiornato regolarmente dal reparto IT.
  4. Fornire un accesso sicuro ai dati. Per la messa in sicurezza del flusso di dati tra lo smart worker e la rete aziendale è d’uopo avvalersi di una VPN (Virtual Private Network), anche se “questa tipologia di accesso cifrato ai dati sta perdendo di rilevanza a fronte dello sviluppo della tecnologia cloud”, osserva Krystlik. Attraverso le piattaforme virtuali è possibile accedere a dati aziendali sensibili in qualsiasi momento, dovunque ci si trovi, senza alcuna connessione fisica diretta. “Il cloud consente di scorrelare l’autenticazione per l’utilizzo del computer, sempre difficile da proteggere, dall’autenticazione per l’accesso alle informazioni sensibili. Alla fine ciò che conta realmente è la sicurezza dei dati che si vogliono trasferire” conclude Jocelyn Krystlik.

Le soluzioni Stormshield Network Security aumentano l’agilità aziendale in un universo “Bring-Your-Own-Everything” garantendo accesso sicuro alle risorse interne aziendali (server email, intranet, applicazioni interne, file ecc.) attraverso le più restrittive policy di sicurezza. Con Stormshield Data Security invece il produttore europeo di soluzioni per la sicurezza IT protegge efficacemente i dati aziendali. Basate sulla cifratura dei dati end-to-end dall’utente al destinatario, Stormshield Data Security assicura protezione trasparente contro attacchi “man-in-the-middle”, amministrazione abusiva dei file e perdita di dati, in linea con il GDPR.

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Record drammatico negativo: circa 8,4 milioni di nuovi malware identificati nel 2017


I PC sono costantemente sotto l’assedio di malware da respingere.

Bochum (Germania). Circa 8,4 milioni, questo il bilancio dei nuovi tipi di malware per computer, o 16 diversi campioni di software dannoso al minuto nel 2017 – un nuovo record negativo. Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA SecurityLabs, analizza e valuta la situazione in un articolo dettagliato.

Se da un lato è indubbio che i virus, worm e trojan presenti sul web siano numerosissimi, il volume di nuovi software dannosi prodotti risulta allarmante. All’inizio del 2017 i ricercatori G DATA avevano ipotizzato un totale di nuovi campioni di malware di circa 7,41 milioni. I nuovi tipi di applicazioni malevoli rilevate nel corso dell’intero anno ammontano esattamente a 8.400.058 superando di gran lunga, negativamente, le aspettative.

“La minaccia più eclatante e seria all’integrità dei computer è il ransomware, categoria di malware rivelatasi particolarmente produttiva nel 2017, e questo non cambierà nel 2018”, così Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA Security Labs, commenta quanto emerso dalle rilevazioni. Ciò nonostante, con un posizionamento di singoli campioni di ransomware al 30°, 163° e 194° posto della classifica Malware Top 250 stilata dai ricercatori G DATA, questa tipologia di malware svolge un ruolo ancora marginale in termini di attacchi totali ai danni dei PC su scala globale.

“Il fatto che i ransomware risultino notevolmente inferiori ad altre categorie di malware e applicazioni indesiderate (PUP / adware) tra cui i ‘miner’ di criptovalute, che hanno preso il sopravvento nell’ultimo trimestre 2017, non significa che non ci si debba proteggere”, aggiunge Benzmüller, che non manca di annoverare alcune misure essenziali: aggiornare sistemi operativi e applicazioni in uso, e dotarsi di una soluzione per la sicurezza IT che protegga l’utente in modo proattivo contro le minacce.

Nel suo articolo “Malware Figures 2017” Ralf Benzmüller annovera le modalità con cui vengono condotte le ricerche dei G DATA Security Labs e riassume come viene calcolata l’incidenza di singoli malware, spiega altresì i trend che ne derivano e quali categorie di malware o PUP (potentially unwanted programs) sono preferite dai cybercriminali.

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Pulizie di primavera per la rete aziendale


La primavera è il periodo ideale per fare le grandi pulizie – non solo in ambito domestico, ma anche in ufficio. G DATA fornisce alcuni spunti per ottimizzare la sicurezza dell’infrastruttura IT.

Bochum (Germania) – Le prime giornate primaverili soleggiate inducono molti a ripulire a fondo la propria abitazione. Una buona abitudine anche per gli amministratori di sistema, che avrebbero così l’occasione di controllare a fondo perimetro e processi aziendali. A supporto delle risorse deputate alla gestione dell’infrastruttura IT aziendale, G DATA ha stilato un breve elenco di misure che, qualora implementate, aumentano significativamente il livello di sicurezza della società.

Le prime giornate davvero soleggiate fanno luce anche sugli angoli più bui delle nostre abitazioni, mettendo in mostra quanto abbiamo magari trascurato durante l’inverno e invitandoci a porvi rimedio. Lo stesso dovrebbe accadere a livello aziendale, sebbene l’infrastruttura IT e le applicazioni in uso necessitino di un tipo di pulizia differente. Per chi non ha potuto provvedere già all’inizio dell’anno alla messa a punto dei sistemi IT, la primavera è un’eccellente occasione per rimettersi in pari, e anche velocemente!

“La sicurezza IT di una società deve essere pensata come processo” spiega Tim Berghoff, G DATA Security Evangelist. “È buona prassi controllare attentamente l’infrastruttura esistente con una certa frequenza e implementare una serie di provvedimenti per evitare il verificarsi di problemi significativi”.

  • Controllare i domini Active Directory: capita sovente di lasciare attivi account di impiegati che hanno lasciato l’azienda da tempo. La possibilità che questi account, obsoleti ma attivi, vengano utilizzati abusivamente per accedere alla rete aziendale è tutt’altro che remota. Prevenirne l’abuso in realtà è piuttosto semplice. Se per qualche ragione non è possibile eliminare l’account, questo andrebbe per lo meno disabilitato. Dal momento che non è consigliabile cancellare informazioni aziendali, gli account degli ex impiegati dovrebbero sempre essere disabilitati e spostati in un’unità organizzativa corrispondente.
  • Monitorare lo spazio di archiviazione: i dischi rigidi hanno una capacità e prestazioni sufficienti in previsione dell’aumento dei dati del 2018? Un sistema per il monitoraggio della rete può dare indicazioni al riguardo. Il modulo monitora costantemente l’infrastruttura e informa gli amministratori tempestivamente su eventuali minacce alla continuità del servizio di server, client e periferiche.
  • Carico della rete: monitorare la rete può essere utile anche per controllarne l’attività, alla ricerca di indicatori di eventuali compromissioni. Tra questi sono inclusi anche software potenzialmente dannosi, che potrebbero stabilire un collegamento con l’ambiente esterno all’insaputa dell’IT Manager.
  • Preparare e testare i backup: è stato implementato un piano di backup omnicomprensivo? Forse nel 2017 sono stati aggiunti archivi o sistemi non ancora integrati nel backup aziendale. E’ certo che i backup pianificati funzionino correttamente? Un test può confermare la bontà e la completezza del piano di backup adottato e garantire una notevole riduzione dello stress in caso di emergenza.
  • Aggiornare i client: anche controllare l’inventario dei software in uso sulle diverse macchine può essere utile. Un sistema di Patch Management fornisce una panoramica dei programmi installati e delle sue versioni – senza la necessità di installare ulteriori applicazioni, qualora tale modulo sia integrato in una soluzione per la sicurezza IT. Avvalersene assicura agli amministratori una visione d’insieme e, secondariamente, consente di prendere tempestivamente decisioni sull’implementazione di eventuali misure di sicurezza – come la distribuzione delle patch o l’eliminazione di software problematici.
  • Verificare i permessi dell’utente: non tutti gli utenti necessitano di accedere a qualsiasi risorsa presente sulla rete. Chi dispone di permessi più estesi di quanto effettivamente necessario per lo svolgimento del proprio lavoro potrebbe inavvertitamente compromettere la sicurezza, per esempio in caso di infezione con malware che violano le credenziali o si procurano accesso alla rete abusando dei permessi ascritti all’utente. Questi casi palesano quanto sia importante disporre di linee guida intelligibili per la gestione degli accessi. Uno strumento di Policy Management, come quello disponibile nelle soluzioni business di G DATA, può essere d’aiuto, anche in termini di compliance.
  • Disattivare le porte USB: Molti dispositivi USB vengono riconosciuti automaticamente e configurati come dispositivi di archiviazione. Molti utenti sono ancora inconsapevoli del fatto che anche lo stick USB più degno di fiducia, perché magari prestata da un amico o collega, può invece essere la chiave per infiltrare malware nella rete aziendale. Per questa ragione gli IT manager dovrebbero valutare se e su quali macchine o per quale utente o gruppo di utenti le porte USB vadano attivate o disabilitate. Anche in questo caso un policy manager può supportare l’amministratore IT nell’impostazione di permessi specifici.
  • Corsi di formazione per la sicurezza IT: Gli attacchi cyber possono andare rapidamente a buon fine se lo staff corre rischi inutili lavorando al PC o su dispositivo mobile perché non sufficientemente informato. Basta cliccare su un link di una mail di spam o aprire un allegato. Per sensibilizzare il personale alle attuali minacce per la sicurezza IT è estremamente raccomandabile condurre corsi di formazione con una certa regolarità.

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Passepartout umani: perché l’ingegneria sociale è un fattore di rischio da non sottovalutare


Oltre al crescente numero di minacce informatiche generalizzate i cybercriminali si avvalgono di tecniche mirate per manipolare gli impiegati e carpire i dati di accesso alla rete aziendale.

Bochum (Germania) – Nel 2017 gli analisti G DATA hanno rilevato 16 nuovi campioni di malware al minuto. Se da un lato bisogna premunirsi contro i rischi legati alle infezioni da malware, è anche oltremodo necessario prestare attenzione alla componente umana. I criminali su internet utilizzano perfidi trucchi per accedere in modo mirato a informazioni confidenziali manipolando i membri dello staff dell’azienda – un’attività definita in gergo “ingegneria sociale”. Ecco i fattori principali a cui G DATA individua i fattori che gli IT manager non dovrebbero sottovalutare.

Le organizzazioni tendono a circoscrivere le misure di sicurezza IT alla protezione contro i vettori di attacco più comuni, che spaziano dai malware quali ransomware, trojan e virus, fino alla manipolazione delle configurazioni di sistema o attacchi DDoS. Tuttavia esiste una vulnerabilità spesso sottovalutata dagli IT manager: l’ingegneria sociale.

Impiegati trasformati in marionette

Ormai sono passati i tempi in cui il dipartimento delle risorse umane riceveva curriculum incomprensibili da parte di finti candidati. Errori di grammatica grossolani e refusi erano sufficienti per distinguere comunicazioni fasulle/pericolose da quelle legittime. Superata la curva di apprendimento, oggi i cybercriminali si preparano molto più dettagliatamente. Secondo i rilevamenti contenuti nel rapporto Social Engineering Attack Framework un attacco mirato di questo tipo è composto da addirittura sei fasi:

  • Fase 1: pianificazione dell’attacco
  • Fase 2: raccolta delle informazioni utili
  • Fase 3: preparazione
  • Fase 4: instaurazione di un rapporto con un impiegato dell’azienda
  • Fase 5: manipolazione del contatto
  • Fase 6: resoconto

Ne è un esempio il responsabile della ricerca del personale, che spesso si avvale delle piattaforme social per identificare i candidati ideali. In questo caso si parla di “scouting” (reclutamento). Una volta individuato un candidato in linea con il profilo richiesto, si prende contatto con la persona. I criminali sono a conoscenza di questa procedura di ricerca e creano falsi profili attraverso cui si propongono al manager delle risorse umane al momento opportuno. Il perpetratore mira a carpire informazioni sull’addetto HR, creando un rapporto di fiducia con la controparte, per poi inviargli una lettera motivazionale facendo riferimento allo scambio avvenuto sui social. Questo metodo risulta molto più efficace rispetto all’invio di una candidatura “spontanea” standardizzata. La comunicazione a posteriori della presa di contatto tramite i social consta di norma di un testo conciso, e di un allegato PDF con fotografia personale. Una volta aperto l’allegato, il malware viene installato sul computer. Il malvivente è riuscito a manipolare il membro dello staff e a fargli aprire il file infetto. Si potrebbe trattare di un ransomware che cifra file sensibili e che richiede un riscatto per decriptarli come di un trojan che registra la sequenza di tasti premuti dall’impiegato in fase di accesso alla rete aziendale (login e password) per poi inviarli al criminale.

L’ingegneria sociale causa ingenti danni finanziari

L’ingegneria sociale è utilizzata in tutti i casi in cui le persone possono essere manipolate e una buona metodologia può essere molto remunerativa per i cybercriminali, che guadagnano così accesso a informazioni di valore sullo staff, dati di accesso alle risorse di rete o a file confidenziali che svelerebbero segreti industriali. A tal proposito il Clusit annovera nel suo recente rapporto che nel 2017 il Cyber Espionage, cui vanno ricondotti anche i furti di proprietà intellettuale, è cresciuto su scala globale del 46. Dal momento che questi metodi di attacco stanno diventando sempre più popolari, ci si aspetta un ulteriore incremento dei danni subiti dalle aziende. “Oltre a dotarsi di soluzioni di sicurezza in grado di riconoscere proattivamente attività di sistema illegittime come quelle annoverate, condurre campagne di sensibilizzazione e corsi di formazione dello staff risulta essere un’arma vincente contro questo tipo di attacchi” conferma Giulio Vada, Country Manager di G DATA Italia.

IT manager all’erta

Innanzitutto, gli IT manager dovrebbero accertarsi del fatto che i membri del proprio staff siano a conoscenza delle tecniche di ingegneria sociale. Il team di G DATA Italia offre corsi di formazione che aiutano gli impiegati ad individuare ed evitare questa tipologia di minacce. Lo staff apprende che le email vanno lette in modo critico, che dati sensibili non devono assolutamente essere archiviati o divulgati tramite telefono e che non vanno aperti link che puntao a pagine in cui si richiede un login. Un altro strumento altrettanto importante è la protezione anti-phishing fornita dai più moderni software di sicurezza e in grado di sventare molti attacchi sul nascere. Queste suite aiutano significativamente lo staff consentendo un’elaborazione più rapida di email realmente importanti per il lavoro quotidiano. In altri termini il connubio tra formazione e soluzioni di sicurezza minimizza il rischio che un qualsiasi impiegato diventi vittima di un attacco dovuto all’ingegneria sociale provocando eventuali danni finanziari.

 

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Add-on piratato di WordPress trasforma siti in dispenser di malware


Gli analisti G DATA analizzano una backdoor che viene diffusa con moderne tecniche SEO.

Bochum (Germania) – Tra gli strumenti utilizzati nella creazione di siti web, WordPress è sicuramente uno dei CMS (content management system) più noti e impiegati. Le numerose estensioni disponibili permettono di creare pagine web facilmente pur non disponendo di buone capacità di programmazione. È comunque importante prestare attenzione nello scegliere i plugin.

L’idea di creare il proprio sito internet è associata ad un’ingente quantità di lavoro manuale. La strumentazione moderna lo rende invece un gioco da ragazzi –innumerevoli i layout già “pronti all’uso” nei quali bisogna solo aggiungere testo e immagini. Molte estensioni per WordPress sono gratuite, mentre altre sono a pagamento. Un webmaster attento ai costi cerca di evitare al massimo questo genere di spese. Nel caso evidenziato in questo report, i criminali mirano a colpire i numerosi utenti WordPress che desiderano avvalersi di template gratuiti, ecco come.

Trappola gratuita?

Alcune tipologie di temi a pagamento sono molto più utilizzate di altre e non stupisce che sul web se ne possano trovare anche di piratate. Parte di queste copie contraffatte vengono fornite con “add-on” nascosti che possono creare non pochi problemi al webmaster poiché in grado di trasformare le pagine web in distributori di malware, ovviamente del tutto all’oscuro dell’amministratore del sito.

Ottimizzazione dei motori di ricerca aka SEO

Chiunque sia in possesso di un sito web desidera essere il primo sui motori di ricerca. I risultati presentati su Google si basano su diversi criteri, uno dei quali, oltre all’impiego delle giuste keyword, è la frequenza con cui la pagina valutata viene menzionata da altre pagine. Alcune società assumono uno o più dipendenti con il compito di applicare la miglior strategia per far apparire il sito il più in alto possibile nei risultati delle ricerche. Questa attività è chiamata ottimizzazione dei motori di ricerca (Search Engine Optimization – SEO). Strategie adottate anche dai cybercriminali, esistono infatti alcuni template WordPress contraffatti che integrano tecniche SEO per incrementare la distribuzione di codice malevolo, come l’ultima evoluzione della backdoor Wp-Vcd, che una volta installata su WordPress crea automaticamente un account amministratore nascosto che consente all’hacker di accedere alla piattaforma quando più gli aggrada e, per esempio, postare malware sul sito compromesso a propria discrezione.

In primo acchito la backdoor è stata riscontrata scaricando il tema ExProduct v1.0.7 dal sito “hxxp://downloadfreethemes.download” che ospita numerosissimi template WordPress (al momento dell’analisi 32.200) piratati. Ulteriori analisi hanno rivelato quanto l’autore fosse proattivo nel posizionare al meglio il template sui motori di ricerca e quanto l’algoritmo di Google sia passibile di raggiro.

Ulteriori informazioni sull’analisi

Ulteriori informazioni e dettagli tecnici su diffusione e funzionamento della backdoor sono contenute nel whitepaper reperibile in lingua inglese al link https://file.gdatasoftware.com/web/en/documents/whitepaper/G_Data_Whitepaper_Analysis_Wp_vcd.pdf

Uomo avvisato mezzo salvato

Fino a quando le persone riporranno cieca fiducia in qualunque sito web venga loro proposto, saranno potenziali vittime e ciò non cambierà in tempi brevi. Agli occhi di moltissime persone i servizi di ricerca e di posta elettronica che Google eroga da anni sono estremamente affidabili. I criminali lo sanno bene e sfruttano la situazione, riuscendo a posizionare ottimamente persino applicazioni quali “paypal generator v1.0” o “Facebook hacker v2.3 updated” nei risultati dei motori di ricerca. Il team GDATA raccomanda di prestare attenzione ai contenuti per evitare di cadere nel mirino dei criminali online.

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Ransomware: come proteggersi e cosa fare in caso di attacco


 

A fronte del rapido incremento dei ransomware per le aziende è di vitale importanza difendersi e sapere cosa fare in caso di attacco. Il primo passo è non cadere nella trappola del ricatto.

Se ad un furto di dati segue un attacco ransomware, è buona cosa non seguire l’esempio di Uber. La nota società americana non ha solo confermato oltre un anno dopo il misfatto di essere stata vittima di un furto di dati ma ha persino pagato agli hacker $100.000 di riscatto.

Picco di attacchi ransomware e riscatti alle stelle

Ciò che ha fatto Uber è sicuramente l’esempio migliore di cosa non fare nel caso in cui si dovesse subire un attacco soprattutto a fronte della crescita esponenziale del malware. Basta tornare agli avvenimenti dello scorso maggio. Il ransomware WannaCry aveva infettato diverse centinaia di migliaia di computer di tutto il mondo rendendo i file illeggibili. Per poterli ripristinare, un messaggio sullo schermo intimava il pagamento di un riscatto pari a $300 in Bitcoin, che sarebbe raddoppiato nel giro di qualche giorno in caso di mancato pagamento.

L’elenco di malware simili a WannaCry è lungo. Tra i ransomware in circolazione i più noti sono Cryptowall, TeslaCrypt, Locky Ransomware, Cerber Ransomware, CTB-Locker e Petya / Not Petya. L’incremento significativo della diffusione dei ransomware negli scorsi anni è altresì indice dell’accresciuto livello di rischio per gli utenti. A ciò si aggiunge quanto rilevato da Symantec negli Stati Uniti in uno studio pubblicato nell’aprile dello scorso anno: anche le aspettative degli hacker tendono ad aumentare, nel 2015 i ransomware esigevano un riscatto medio di $294 per dispositivo, nel 2016 si superava la soglia dei $1000, un importo medio confermato di recente anche da McAfee.

Rischio ransomware: grossa preoccupazione per il mondo business

Un rischio di questo calibro non può restare incontrollato. Secondo uno studio di Intermedia, questo tipo di cyberattacco viene considerato dalle aziende come la seconda minaccia più temibile (29%), preceduto solo dal malfunzionamento dell’hardware (30%). Una ricerca condotta da Osterman Research ha evidenziato che il 54% delle aziende operanti nel settore finanziario teme estremamente questo genere di minacce, mentre le aziende di trasporti figurano all’ultima posizione con un 26%.

Non meraviglia che comunque che i ransomware spaventino le aziende a livello globale: il costo annuale di questi ransomware è salito dai 325 milioni di dollari del 2015 ai 5 miliardi del 2017.

In che modo proteggere la propria azienda dai ransomware?

Esistono misure di sicurezza di base, tra cui aggiornare regolarmente i sistemi nel tempo, impiegare software antivirus di nuova generazione, non aprire allegati sospetti o messaggi da sconosciuti, e fare di tanto in tanto back-up verso un disco esterno, che sia rimovibile o cloud. Qualora queste precauzioni non vengano messe in atto o si rivelino insufficienti: non pagare! Cedere ai ricatti degli hacker non fa altro che incentivare queste pratiche illegali. Sfortunatamente non tutti prendono a cuore questa raccomandazione. La ricerca Intermedia rivela che il 59% degli impiegati di società con oltre 1000 dipendenti vittima di ransomware, pagano loro stessi il riscatto. Tuttavia, nonostante il pagamento, una vittima su cinque non riesce a recuperare i dati cifrati.

Cosa fare nel caso di un attacco ransomware

In presenza di un ransomware le aziende possono applicare diverse misure:

  • Disconnettere i sistemi dalla rete per limitare la contaminazione
  • Lasciare accesi i computer e non cercare di riavviarli; si potrebbero perdere informazioni utili all’analisi dell’attacco
  • Informare il responsabile della sicurezza della società
  • Scoprire il nome del ransomware (una versione datata potrebbe avere un antidoto per recuperare i file). Per riuscire a farlo bisogna andare sul sito nomoreransom.org e scaricare lo strumento di decriptazione disponibile per alcuni tipi di ransomware
  • Tentare di ripristinare i dati utilizzando sistemi di back-up automatici di qualche sistema operativo o tramite il proprio sistema di back-up
  • Recuperare i file da un servizio di stoccaggio dati come Dropbox nel caso in cui il computer fosse stato sincronizzato con questo genere di servizio

Gli attacchi ransomware spesso bypassano tipologie convenzionali di protezione impiegate sulle singole postazioni di lavoro e possono andare a buon fine nonostante in azienda si tengano corsi sulle best practice di sicurezza. Stormshield Endpoint Security, con i suoi meccanismi di hardenizzazione dei sistemi operativi, offre una protezione proattiva di alto livello contro le attuali minacce digitali.

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