Per raggiungere il nostro obiettivo non ci servono file: ecco Rozena, il malware “fileless”


Un nuovo approccio per una vecchia tecnica

Bochum (Germania), 3 luglio 2018

I malware privi di file fanno leva su vulnerabilità per avviare comandi malevoli o lanciare script direttamente dalla memoria utilizzando strumenti di sistema legittimi come Windows PowerShell. Code Red e SQL Slammer sono stati pionieri dei malware “fileless”, il cui utilizzo risale all’inizio del 2000. Un approccio che sta nuovamente prendendo piede.

Nella prima metà dell’anno il termine attacco “fileless” è stato sulla bocca di tutti all’interno della comunità di Cyber Security. È una tecnica di attacco nota da quasi vent’anni, che non prevede lo scaricamento o il deposito di file malevoli sul disco fisso per eseguire comandi o script illeciti, bensì li lancia direttamente dalla memoria sfruttando strumenti legittimi.

Tuttavia, oggi è necessario differenziare: il termine “fileless” può essere una denominazione impropria se pensiamo che ci sono attacchi che possono coinvolgere la presenza di file nel computer, come un allegato di una mail di spam. Una volta eseguito, il malware potrebbe comunque salvare un file nel disco e successivamente usare la tecnica “fileless” per raccogliere informazioni sul sistema e diffondere l’infezione attraverso la rete tramite exploit o iniezioni di codice che lanciano comandi illeciti  direttamente dalla memoria tramite strumenti di sistema legittimi. Nel solo 2017, il 13% dei malware che abbiamo registrato si avvaleva di PowerShell per compromettere i sistemi.

Da quando PowerShell e Windows Management Instrumentation sono stati integrati come strumenti del sistema operativo Windows, se ne abusa largamente per attività fraudolente. Un noto malware che utilizza PowerShell per scaricare ed eseguire codici malevoli è il downloader Emotet.

Rozena

Ci sono anche vecchi malware mutati in attacchi “fileless”. Questi malware hanno l’obiettivo di essere più efficienti nell’infettare le macchine e di evitare di essere localizzati: un esempio è Rozena.

Rozena è un malware che crea una backdoor in grado di stabilire una connessione shell remota con l’autore. Una connessione andata a buon fine è preoccupante in termini di sicurezza, sia per la macchina infetta, sia per gli altri comuputer collegati alla stessa rete.

Visto per la prima volta nel 2015 Rozena ha fatto il suo ritorno nel marzo 2018. Il nuovo Rozena, come la sua versione precedente, mira ancora al sistema operativo Microsoft Windows, ma ciò che fa la differenza è il suo adattamento alla tecnica “fileless” e allo sfruttamento di script PowerShell per raggiungere il proprio obiettivo.

Nello specifico, dato che una delle funzioni standard di Windows è quella di non mostrare l’estensione dei file, è semplice per l’autore del malware camuffarlo in modo da farlo apparire innocuo. Rozena ad esempio usa l’icona di Microsoft Word ma è in realtà un eseguibile di Windows.  Essere infettati con un malware che può letteralmente fare quello che vuole con macchina compromessa, i documenti archiviativi e la rete a cui è collegata è terrificante, per il congruo numero di minacce che trovano accesso al sistema e per l’alto potenziale dannoso (l’analisi tecnica completa è reperibile sul Blog di G DATA). Ora che Rozena segue la via del “fileless” per insediarsi ed eseguire i propri codici, la sua attività malevola si intensifica.

Secondo un recente studio condotto da Barkly in collaborazione con l’Istituto Ponemon, che ha visto coinvolti 665 responsabili IT, è emerso che gli attacchi “fileless” sono 10 volte più efficaci rispetto ai “file-based”.

Prevenzione

Il malware si adatta con il cambiare del mondo, non stupisce quindi l’uso di strumenti legittimi integrati per sferrare attacchi lasciando gli utenti indifesi. Fortunatamente però c’è ancora un modo per proteggersi da questi tipi di attacchi:

  1. Mantenere i sistemi operativi e i programmi sempre aggiornati, inclusa l’installazione delle patch di sicurezza. Questo perché è noto come i sistemi più datati abbiano molte vulnerabilità che possono essere sfruttate per attacchi informatici.
  2. È fortemente sconsigliato scaricare, salvare ed eseguire file di provenienza ignota. Gli autori di malware usano ancora i canali tradizionali per spingere gli utenti ad eseguire file malevoli. Se disabilitare gli strumenti di sistema, soprattutto PowerShell non è un’opzione, si può configurare PowerShell in modo da prevenire l’esecuzione di script sospetti.
  3. Impostare la modalità Constrained Language di PowerShell – questo limiterà le capacità di PowerShell, rimuovendo funzionalità avanzate come chiamate .Net e Windows Api, la maggior parte degli script PowerShell infatti si avvalgono di questi parametri e metodi.
  4. Abbinare PowerShell con AppLocker – questo impedirà l’esecuzione di binari non autorizzati.

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G DATA e Allnet.Italia: nuova partnership nel segno della cybersicurezza


In virtù dell’accordo commerciale siglato tra il noto vendor di sicurezza teutonico e il distributore a valore aggiunto, Allnet.Italia S.p.a commercializza da subito le soluzioni firmate G DATA sul territorio nazionale.

Bologna / Casalecchio di Reno – In un contesto in cui “innovazione” è un buzz-word e le aziende di ogni ordine e grado cominciano a comprendere che la partita del futuro si gioca sul campo della digitalizzazione dei sistemi produttivi e amministrativi, urge incrementare la consapevolezza dei rischi informatici e la capacità delle organizzazioni di puntare su una cybersecurity efficace, anche ma non esclusivamente, a fronte delle nuove normative. Questa la mission di G DATA che ha trovato in Allnet.Italia un partner egregio con cui condividere intenti, strategie e servizi. Da subito i clienti del distributore a valore beneficiano delle pluripremiate soluzioni G DATA e fruiscono dei vantaggi di un programma partner caratterizzato da formule commerciali innovative e strumenti di business personalizzati.

L’accordo tra Allnet.Italia S.p.a e G DATA prevede la commercializzazione dell’intero portafoglio di soluzioni business firmate dal vendor teutonico, tra cui G DATA Managed Endpoint Security, la nuova piattaforma GDPR-ready che consente a VAR, System Integrator e rivenditori specializzati di erogare servizi di sicurezza gestita e proattiva a consumo gode attualmente di un’eccellente risonanza sul mercato. Da tempo il vendor mette a disposizione del canale strumenti sviluppati per favorire la generazione di nuove opportunità e modalità di business che aggiungano valore alla mera rivendita di un prodotto. Un impegno pienamente condiviso da Allnet.Italia, che ritiene la cybersecurity uno degli abilitatori più rilevanti per un sano sviluppo degli operatori di canale e ha costituito una Business Unit ad hoc attraverso cui fornisce ai propri clienti tutti i servizi a valore per cui è nota.

Giulio Vada, Country Manager, G DATA Italia

“L’accordo siglato con Allnet.Italia Spa è misura concreta del valore delle nostre soluzioni da un un lato e conferma della bontà del lavoro che abbiamo svolto sinora sul territorio dall’altro”, commenta Giulio Vada, Country Manager di G DATA per l’Italia, “I prodotti e i vendor che Allnet.Italia integra nel proprio portafoglio sono sottoposti a severe valutazioni tecniche e di scenario. Superare con successo questa selezione ci ha consentito di acquisire un partner apprezzato per l’attenzione che dedica sia ai rapporti con i brand che rappresenta sia alla propria clientela. La stessa che anche noi dedichiamo ai nostri partner”.

Emiliano Papadopoulos, CEO di Allnet.Italia S.p.a.

Emiliano Papadopoulos, CEO di Allnet.Italia S.p.a., commenta: “L’accordo commerciale siglato con G DATA rappresenta un importante tassello nell’ambito di una strategia di più ampio respiro di Allnet.Italia, volta a potenziare la nostra vicinanza al mercato attraverso lo sviluppo di partnership mirate a creare una total solution che integra più tecnologie anche nella Sicurezza. Grazie, infatti, a G DATA, saremo in grado di assicurare ai nostri clienti una vasta gamma di soluzioni innovative, in grado di superare i tradizionali paradigmi per realizzare progetti ad alto valore aggiunto e cogliere appieno le grandi opportunità derivanti da un segmento in continua crescita. “

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Android – primo trimestre 2018: una nuova app dannosa ogni 10 secondi!


G DATA teme che gli ultimi dati sul volume di malware riscontrato ai danni di Android siano il preludio di una crescente minaccia.

La sicurezza IT e Android potrebbero non escludersi più a vicenda nel 2018. Google ha già gettato le basi e vuole consegnare più velocemente gli aggiornamenti importanti agli utenti, in modo da colmare tempestivamente eventuali falle. Che sia necessario agire, a fronte del palesarsi dello spettro di una catastrofe in ambito mobile è ormai chiaro: dell’oltre 70% di utenti di dispositivi mobili che hanno preferito device Android in Italia (fonte Statcounter), solo una minima parte (6%) dispone della nuova release Oreo mentre oltre la metà degi consumatori si avvale di tablet o smartphone dotati di sistema operativo obsoleto. Gli esperti di sicurezza di G DATA vedono negli attuali volumi di malware indicatori di una minaccia più ampia. Nel solo primo trimestre, gli analisti hanno rilevato 846.916 nuovi malware per Android. Circa il 12 percento in più rispetto al primo trimestre del 2017.

Una media di 9.411 nuovi malware al giorno ai danni di Android, una nuova app dannosa ogni 10 secondi. Questi i risultati delle analisi del primo trimestre 2018. Anno per cui gli analisti G DATA prevedono circa 3,4 milioni di nuovi malware. Gli ultimi dati mostrano una crescente minaccia per gli utenti di dispositivi mobili. I criminali informatici sanno fin troppo bene che questi apparecchi tuttofare sono da tempo utilizzati per svolgere tutte le attività digitali, dallo shopping all’online-banking. Gli sviluppatori di Android fanno ogni sforzo per dotare tutti gli smartphone e i tablet di aggiornamenti in modo più efficace e tempestivo, essendo ormai chiaro che i dispositivi oggi all’avanguardia sono meno esposti agli attacchi poiché sono state chiuse numerose falle di sicurezza.

Google non certifica gli smartphone con Android obsoleto

Google non certifica più i dispositivi dotati di sistema operativo Android 7 (“Nougat”: in Italia in uso sul 36% dei dispositivi, ma uno su cinque monta ancora la versione 6 Marshmallow). La decisione non sorprende, poiché con “Project Treble” e altre misure la società sta già adottando strategie volte a convincere i produttori a dotare gli smartphone dell’ultima versione di Android in tempo utile.

Per i produttori, è molto importante che i loro dispositivi siano certificati. Questo è infatti l’unico modo per poter accedere ai Google Mobile Services, che includono tutti i servizi e le app firmate Google, incluso il Playstore. I requisiti richiesti ai produttori al fine di poter ottenere detta certificazione sono stabiliti nel cosiddetto “documento di definizione della compatibilità“.  Oggi smartphone e tablet devono essere forniti con Android 8. Ciò garantisce che “Project Treble” sia implementato su tutti i nuovi dispositivi. Ma i produttori hanno già trovato scappatoie? Questo è presumibile da un recente rapporto dei ricercatori dei Security Research Labs.

False informazioni sugli aggiornamenti di Android

Gli esperti di sicurezza criticano i produttori di smartphone perché a parer loro ingannano i clienti in merito agli aggiornamenti dei loro dispositivi e del sistema operativo Android installato. Risultano coinvolti oltre 1.000 smartphone, inclusi i dispositivi di noti produttori di fascia bassa e media. All’utente viene comunicato che il dispositivo ha ricevuto tutti gli aggiornamenti di sicurezza disponibili ed è aggiornato, quando, in realtà, non vi è traccia di alcun aggiornamento.

In diversi casi i produttori arrivano addirittura a modificare la data dell’ultimo aggiornamento senza offrire effettivamente nuovi contenuti. Gli utenti non se ne accorgono e ritengono che il loro dispositivo sia aggiornato e quindi sicuro.

L’assenza di aggiornamenti tuttavia non ha sempre luogo in malafede. Per alcuni produttori problemi di natura tecnica possono essere alla base di un processo di aggiornamento malfunzionante. Anche i processori integrati nei dispositivi sono critici: gli smartphone con chip Samsung, ad esempio, sono molto meno interessati da tale problematica rispetto ai dispositivi con processori di Mediatek. Il motivo: i produttori di smartphone si affidano ai fornitori di processori per le patch. Se i produttori di chip non consegnano, i fornitori dei dispositivi non possono pubblicare l’aggiornamento.

Il ruolo delle associazioni dei consumatori

In fase di acquisto, la questione degli aggiornamenti è foriera di confusione sia per gli utenti finali sia per i commercianti. Nel caso di smartphone di fascia bassa, a fronte di un prezzo ridotto gli acquirenti sono spesso pronti a scendere a compromessi con la qualità della fotocamera ad esempio. Tale informazione può essere facilmente reperita nella descrizione del prodotto. Ma non c’è modo di vedere quando, se o con quale frequenza il dispositivo sarà aggiornato. La maggior parte delle volte, c’è solo un riferimento alla versione del sistema operativo installato di fabbrica. Una carenza di informazioni che mette a rischio i consumatori.

A livello internazionale sono diverse le associazioni dei consumabori che anelano un cambiamento. L’anno scorso, ad esempio, l’associazione dei consumatori della Renania settentrionale – Vestfalia ha citato in giudizio un rivenditore di elettronica che offriva uno smartphone per 99 €. Già al momento della vendita, il dispositivo mostrava gravi vulnerabilità, era infatti equipaggiato con la versione 4.4 del sistema operativo Android obsoleto (“Kitkat”), introdotta per la prima volta sul mercato nel 2013.

Nonostante le notifiche dello stesso Ufficio Federale per la Sicurezza delle Informazioni (BSI) tedesco del 2016, il produttore del dispositivo non ha mai fornito alcun aggiornamento. Nonostante ci fossero gli estremi per denunciare Google quale sviluppatore di Android o il produttore del dispositivo mobile, l’associazione a preferito chiamare in giudizio il rivenditore, che, quale parte contrattuale immediata per i consumatori, ha il dovere di informare l’acquirente della presenza di falle di sicurezza non colmate (e incolmabili) nel nuovo dispositivo.

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Record drammatico negativo: circa 8,4 milioni di nuovi malware identificati nel 2017


I PC sono costantemente sotto l’assedio di malware da respingere.

Bochum (Germania). Circa 8,4 milioni, questo il bilancio dei nuovi tipi di malware per computer, o 16 diversi campioni di software dannoso al minuto nel 2017 – un nuovo record negativo. Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA SecurityLabs, analizza e valuta la situazione in un articolo dettagliato.

Se da un lato è indubbio che i virus, worm e trojan presenti sul web siano numerosissimi, il volume di nuovi software dannosi prodotti risulta allarmante. All’inizio del 2017 i ricercatori G DATA avevano ipotizzato un totale di nuovi campioni di malware di circa 7,41 milioni. I nuovi tipi di applicazioni malevoli rilevate nel corso dell’intero anno ammontano esattamente a 8.400.058 superando di gran lunga, negativamente, le aspettative.

“La minaccia più eclatante e seria all’integrità dei computer è il ransomware, categoria di malware rivelatasi particolarmente produttiva nel 2017, e questo non cambierà nel 2018”, così Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA Security Labs, commenta quanto emerso dalle rilevazioni. Ciò nonostante, con un posizionamento di singoli campioni di ransomware al 30°, 163° e 194° posto della classifica Malware Top 250 stilata dai ricercatori G DATA, questa tipologia di malware svolge un ruolo ancora marginale in termini di attacchi totali ai danni dei PC su scala globale.

“Il fatto che i ransomware risultino notevolmente inferiori ad altre categorie di malware e applicazioni indesiderate (PUP / adware) tra cui i ‘miner’ di criptovalute, che hanno preso il sopravvento nell’ultimo trimestre 2017, non significa che non ci si debba proteggere”, aggiunge Benzmüller, che non manca di annoverare alcune misure essenziali: aggiornare sistemi operativi e applicazioni in uso, e dotarsi di una soluzione per la sicurezza IT che protegga l’utente in modo proattivo contro le minacce.

Nel suo articolo “Malware Figures 2017” Ralf Benzmüller annovera le modalità con cui vengono condotte le ricerche dei G DATA Security Labs e riassume come viene calcolata l’incidenza di singoli malware, spiega altresì i trend che ne derivano e quali categorie di malware o PUP (potentially unwanted programs) sono preferite dai cybercriminali.

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Pulizie di primavera per la rete aziendale


La primavera è il periodo ideale per fare le grandi pulizie – non solo in ambito domestico, ma anche in ufficio. G DATA fornisce alcuni spunti per ottimizzare la sicurezza dell’infrastruttura IT.

Bochum (Germania) – Le prime giornate primaverili soleggiate inducono molti a ripulire a fondo la propria abitazione. Una buona abitudine anche per gli amministratori di sistema, che avrebbero così l’occasione di controllare a fondo perimetro e processi aziendali. A supporto delle risorse deputate alla gestione dell’infrastruttura IT aziendale, G DATA ha stilato un breve elenco di misure che, qualora implementate, aumentano significativamente il livello di sicurezza della società.

Le prime giornate davvero soleggiate fanno luce anche sugli angoli più bui delle nostre abitazioni, mettendo in mostra quanto abbiamo magari trascurato durante l’inverno e invitandoci a porvi rimedio. Lo stesso dovrebbe accadere a livello aziendale, sebbene l’infrastruttura IT e le applicazioni in uso necessitino di un tipo di pulizia differente. Per chi non ha potuto provvedere già all’inizio dell’anno alla messa a punto dei sistemi IT, la primavera è un’eccellente occasione per rimettersi in pari, e anche velocemente!

“La sicurezza IT di una società deve essere pensata come processo” spiega Tim Berghoff, G DATA Security Evangelist. “È buona prassi controllare attentamente l’infrastruttura esistente con una certa frequenza e implementare una serie di provvedimenti per evitare il verificarsi di problemi significativi”.

  • Controllare i domini Active Directory: capita sovente di lasciare attivi account di impiegati che hanno lasciato l’azienda da tempo. La possibilità che questi account, obsoleti ma attivi, vengano utilizzati abusivamente per accedere alla rete aziendale è tutt’altro che remota. Prevenirne l’abuso in realtà è piuttosto semplice. Se per qualche ragione non è possibile eliminare l’account, questo andrebbe per lo meno disabilitato. Dal momento che non è consigliabile cancellare informazioni aziendali, gli account degli ex impiegati dovrebbero sempre essere disabilitati e spostati in un’unità organizzativa corrispondente.
  • Monitorare lo spazio di archiviazione: i dischi rigidi hanno una capacità e prestazioni sufficienti in previsione dell’aumento dei dati del 2018? Un sistema per il monitoraggio della rete può dare indicazioni al riguardo. Il modulo monitora costantemente l’infrastruttura e informa gli amministratori tempestivamente su eventuali minacce alla continuità del servizio di server, client e periferiche.
  • Carico della rete: monitorare la rete può essere utile anche per controllarne l’attività, alla ricerca di indicatori di eventuali compromissioni. Tra questi sono inclusi anche software potenzialmente dannosi, che potrebbero stabilire un collegamento con l’ambiente esterno all’insaputa dell’IT Manager.
  • Preparare e testare i backup: è stato implementato un piano di backup omnicomprensivo? Forse nel 2017 sono stati aggiunti archivi o sistemi non ancora integrati nel backup aziendale. E’ certo che i backup pianificati funzionino correttamente? Un test può confermare la bontà e la completezza del piano di backup adottato e garantire una notevole riduzione dello stress in caso di emergenza.
  • Aggiornare i client: anche controllare l’inventario dei software in uso sulle diverse macchine può essere utile. Un sistema di Patch Management fornisce una panoramica dei programmi installati e delle sue versioni – senza la necessità di installare ulteriori applicazioni, qualora tale modulo sia integrato in una soluzione per la sicurezza IT. Avvalersene assicura agli amministratori una visione d’insieme e, secondariamente, consente di prendere tempestivamente decisioni sull’implementazione di eventuali misure di sicurezza – come la distribuzione delle patch o l’eliminazione di software problematici.
  • Verificare i permessi dell’utente: non tutti gli utenti necessitano di accedere a qualsiasi risorsa presente sulla rete. Chi dispone di permessi più estesi di quanto effettivamente necessario per lo svolgimento del proprio lavoro potrebbe inavvertitamente compromettere la sicurezza, per esempio in caso di infezione con malware che violano le credenziali o si procurano accesso alla rete abusando dei permessi ascritti all’utente. Questi casi palesano quanto sia importante disporre di linee guida intelligibili per la gestione degli accessi. Uno strumento di Policy Management, come quello disponibile nelle soluzioni business di G DATA, può essere d’aiuto, anche in termini di compliance.
  • Disattivare le porte USB: Molti dispositivi USB vengono riconosciuti automaticamente e configurati come dispositivi di archiviazione. Molti utenti sono ancora inconsapevoli del fatto che anche lo stick USB più degno di fiducia, perché magari prestata da un amico o collega, può invece essere la chiave per infiltrare malware nella rete aziendale. Per questa ragione gli IT manager dovrebbero valutare se e su quali macchine o per quale utente o gruppo di utenti le porte USB vadano attivate o disabilitate. Anche in questo caso un policy manager può supportare l’amministratore IT nell’impostazione di permessi specifici.
  • Corsi di formazione per la sicurezza IT: Gli attacchi cyber possono andare rapidamente a buon fine se lo staff corre rischi inutili lavorando al PC o su dispositivo mobile perché non sufficientemente informato. Basta cliccare su un link di una mail di spam o aprire un allegato. Per sensibilizzare il personale alle attuali minacce per la sicurezza IT è estremamente raccomandabile condurre corsi di formazione con una certa regolarità.

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